17/05/2012

Quella incredibile domenica del 1983

Liedholm3.jpgChe i dirigenti delle squadre di calcio italiane se ne strafregassero dei tifosi, era cosa ampiamente risaputa e dimostrata da anni e anni di scelte del tutto illogiche e frutto di incompetenza elevata al cubo. Se le strategie di marketing elaborate dagli stessi, fossero sposate da una società commerciale, di qualsiasi settore, porterebbero all’immediato fallimento di essa nel breve volgere di qualche settimana. Prezzi altissimi dei biglietti per partite che vengono trasmesse in diretta, stadi fatiscenti, orari assurdi, spostamento di gare da un giorno all’altro in barba alle esigenze dei pochi folli che ancora si ostinano a fare gli abbonamenti: queste sono solo alcune delle assurdità proposte dalle società di calcio alla propria utenza. Adesso, però, siamo arrivati veramente al punto di non ritorno, con la spalmatura delle gare lungo un arco temporale vastissimo che dura in pratica quattro giorni, dal venerdì al lunedì e grazie al quale, sono ormai pochissime le gare che si giocano in contemporanea.
Per capire cosa perdano i tifosi più giovani, privati di quella contemporaneità delle gare che per decenni ha assicurato spettacolarità e drammaticità al campionato italiano, soprattutto alle ultime giornate, basta ricordare il torneo 1982-83, quello che vide il secondo trionfo della Roma di Liedholm e Falcao, caratterizzato da una giornata, la venticinquesima, che rimane una delle più spettacolari mai vissute nel nostro paese. Quel giorno, 27 marzo 1983, infatti, la Roma si presentò al Comunale di Firenze con un vantaggio di due punti sulla Juventus, la più immediata inseguitrice, impegnata a sua volta nel derby di Torino coi granata. In un campionato contrassegnato ancora una volta dalle polemiche, che erano deflagrate soprattutto dopo la vittoria dei bianconeri a Roma, con una rete irregolare, il duello tra le due squadre aveva toccato ancora una volta vette elevatissime di drammaticità e sembrava arrivato ad un punto di svolta, in un senso o nell’altro. Le migliaia e migliaia di tifosi giallorossi che avevano accompagnato la Roma in Toscana, nell’ennesimo pellegrinaggio di massa che aveva caratterizzato la stagione romanista, erano consapevoli del fatto che proprio la gara di Firenze poteva rappresentare l’ultimo ostacolo verso quello scudetto atteso ormai da quattro decenni. Ma nessuno poteva immaginare quello che stava per accadere in una delle più incredibili giornate del calcio italiano di ogni epoca.
Appena iniziata la gara, infatti, la Fiorentina aveva colpito una Roma che era partita piano, fidando sul solito possesso di palla che era stato il suo marchio di fabbrica nel corso dell’intera stagione, un controllo di palla lontano anni luce da quello stucchevole esibito da Luis Enrique nel corso della sua annata all’ombra del Colosseo. La palla trattata di volta in volta da Falcao, Di Bartolomei, Bruno Conti, Prohaska o Ancelotti, aveva infatti ben altra pericolosità rispetto al fraseggio senza sbocchi esibito dal tecnico asturiano nella sua breve esperienza romana e aveva permesso alla Roma creata dal Barone di diventare un vero e proprio monolite, che aveva dominato il torneo sin dalla prima giornata. Falcao e compagni avevano poi pareggiato il conto, con una autentica prodezza di Roberto Pruzzo, capace di andare a prendere palla sulla trequarti e di smarcare due avversati, prima di depositare la palla in fondo al sacco con un diagonale sul quale Galli non aveva potuto fare nulla.
Nel frattempo, la Juventus era passata in vantaggio a Torino, con Paolo Rossi, bissando poi con Platini, incanalando la partita nella direzione più favorevole e mettendo di conseguenza pressione ai rivali. I quali, però, avevano saputo reagire con grande personalità, andando in vantaggio con un rigore di Prohaska, che sembrava aver messo il sigillo sulla gara. Ma il bello, per fortuna, doveva ancora arrivare. A pochi minuti dalla fine, infatti, un boato si levava dalle migliaia e migliaia di tifosi romanisti che avevano gremito quasi metà dello stadio fiorentino: da Torino, infatti, era arrivata la notizia che i granata avevano accorciato le distanze con Dossena. Passato un altro minuto, un nuovo boato comunicava a tutti i convenuti che il Torino aveva pareggiato con Bonesso. Ormai, lo spettacolo non era più sul campo, ma sulle tribune, percorse da una vera scossa elettrica che sembrava il preludio all’incredibile. Che si concretizzava ad un solo minuto di distanza, quando il boato si trasformava in un vero e proprio ruggito, che salutava la terza rete del Torino, quella messa a segno da Torrisi, che segnava il sorpasso del Toro ai danni di una Juventus ormai allo sbando. E probabilmente proprio l’atmosfera suggellata dallo spettacolo che avveniva sulle gradinate, rendeva possibile il clamoroso errore nel finale di Carletto Ancelotti, il quale non si avvedeva del fatto che Tancredi era uscito verso di lui e smistava la palla indietro scavalcando il portiere, dando luogo ad un clamoroso autogol che comunque non mutava il significato della giornata: la Roma volava a tre punti di vantaggio sulla Juventus e poneva una ipoteca sulla conquista dello scudetto.
Naturalmente, nel calcio di oggi, nel quale le televisioni dettano gli orari e decidono quando si deve giocare, una giornata come quella sarebbe impossibile. Questo spiega nel più eloquente dei modi perché il calcio, quello stesso gioco che per decenni ha scandito le domeniche degli italiani, con le gare giocate tutte alla stessa ora e raccontate da “Tutto il calcio minuto per minuto”, oggi stia perdendo quel magico appeal che spinse intellettuali di primo piano come Umberto Saba a raccontarne la bellezza. Si spera solo che qualcuno più capace di coloro che hanno demolito la serie A in questi anni, sia capace di fermare la tendenza all’autodistruzione, ma c’è veramente da dubitarne.

27/04/2012

“Il tuo discount Dpiù a portata di mano”



Ancora una volta, in questi giorni, la stampa, soprattutto quella sportiva, ha dato grande risalto allo sviluppo della strategia di comunicazione della Associazione Sportiva Roma. Il nuovo corso impresso dalla nuova proprietà americana, infatti, ha puntato in maniera massiccia sui social network della rete, con il fine di promuovere al meglio il brand Roma. I risultati, sino a questo momento sono stati copiosi e l’interesse destato da questa strategia ha fatto lungamente parlare della Roma, come era nei proponimenti della proprietà, nonostante i risultati sportivi siano ancora non ottimali. Leggendo però i commenti degli addetti ai lavori, si rimane sorpresi dell’atteggiamento quasi fideistico con cui i risultati sportivi sono attesi. Il motivo di tutto ciò è abbastanza semplice: la qualità che ispira tutto il lavoro fatto sino a questo momento non solo non è in dubbio, ma è come se trovasse ulteriore conferma dalla strategia di comunicazione scelta. 

Il parallelo con la strategia adottata dai discount Dpiù, sorge spontaneo. In questo caso, partendo da un rapporto ottimale tra qualità e prezzo, ben conosciuto dalla clientela e dalla capacità dello staff di porsi in un rapporto di collaborazione con il pubblico dei consumatori, essa ha determinato in breve il successo di una catena che, ad oggi, conta oltre 250 punti vendita sul territorio nazionale. Frutto di una qualità innegabile e in continuo miglioramento per effetto di una selezione sempre più severa dei produttori, delle innovazioni tecnologiche dei partner commerciali, di una attenzione certosina che si esplicita tramite verifiche sempre più stringenti delle fonti di approvvigionamento delle materie prime e delle analisi dell' Ufficio Controllo Qualità sui prodotti finiti.  Anche la gamma dei prodotti Dpiù va allargandosi sempre, sino a comprendere frutta e verdura fresca, carne fresca, pane fresco e prodotti salutistici orientati ad una alimentazione attenta ed equilibrata. Il fine dello sforzo messo in campo, è volto a creare e a mettere a punto una strategia che ponga le esigenze della clientela al centro di tutto, ascoltandola, rispondendo velocemente ai suoi bisogni e accorciando le distanze. Alla fine del processo, il cliente non sarà più soltanto un interlocutore con le sue esigenze commerciali da soddisfare, ma una persona a tutto tondo da aiutare nel disbrigo delle pratiche quotidiane, comprese quelle inerenti la classica spesa. Che nei punti vendita Dpiù, accoppia prezzi sempre più convenienti tipici del discount con la qualità e la vasta gamma di prodotti e servizi tipica dei più moderni supermercati. Questo per quanto concerne il prodotto. Ma Dpiù non si ferma a questo aspetto evidentemente fondamentale e punta a creare una rete di servizi che siano in grado di creare un rapporto ancora più stretto con la propria clientela. A partire dalle apps scaricabili gratuitamente. Studiate per essere strumento alternativo al sito e di rapida consultazione per accedere direttamente tramite il tuo smart phon o tablet ovunque ti trovi. Ne deriva un volantino delle offerte che si aggiorna automaticamente ogni settimana con le nuove promozioni, che può essere facilmente scaricato sul telefono e quindi consultato,quando si vuole. Grazie a questo strumento il consumatore ha la possibilità di avere sempre visibili le principali offerte con un aggiornamento costante. Un semplice click, permetterà così di consultare la sezione con i viaggi più belli ai prezzi più bassi del mercato e di trovare il punto vendita più vicino fra gli oltre 250 sparsi in Italia. 

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Naturalmente, non bisogna dimenticare il sito web, rinnovato e in grado di proporsi come uno strumento di facile ed immediata consultazione.  La home page è suddivisa in box  che orientano l’utente in una navigazione divisa per argomenti. Il sito viene aggiornato settimanalmente con le offerte dei volantini, i servizi, i punti vendita e le nuove aperture.  E’ stata creata un’area dedicata al Volantino, che è facilmente consultabile on-line e scaricabile da tutte le pagine del sito in cui l’utente sta navigando.  La home page presenta inoltre una parte dedicata alla sezione viaggi Dpiù: cliccando sopra ogni destinazione si accede all’offerta del viaggio dedicato.  Per l’utente è possibile anche comunicare direttamente con Dpiù attraverso un form dedicato o tramite e-mail, inoltre è possibile iscriversi alla newsletter per visualizzare in anteprima le promozioni, lasciando il proprio numero di cellulare, sul quale si potrà ricevere brevi sms con le comunicazioni più vantaggiose, infine, si possono verificare le posizioni aperte di ricerca del personale o di ricerca di nuovi affiliati.

 Insomma: Ci sono persone. E poi ci sono persone Dpiù!

16:37 Scritto da: monthy10 in Calcio, opinioni, sport | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

23/04/2012

Quando i sudamericani scappavano dall'Italia

guaita.jpgAi nostri giorni, i giocatori sudamericani smaniano per arrivare in Italia. E hanno ragione, visto che nel nostro paese possono guadagnare cifre che da loro neanche si sognerebbero. C'è stato però un periodo in cui gli stessi, arrivavano con grande facilità in Italia, ma con altrettanto grande facilità se ne andavano senza avvertire nessuno. E' stato un periodo abbastanza lungo, durato dalla metà degli anni '30 all'inizio degli anni '50. Il curioso fenomeno, fu inaugurato dalla clamorosa fuga dei tre assi della Roma, GuaitaScopelli e Stagnaro, nell'autunno del 1935, quando i tre, a poche ore dall'inizio del torneo che vedeva la squadra giallorossa allinearsi al via come la naturale favorita, fecero perdere le loro tracce, lasciando nella costernazione l'intero ambiente. E il perchè stava nella grande caratura dei tre giocatori in questione. Per portare i quali in Italia, l'ex romanista Lombardo, incaricato dell'operazione, aveva rischiato il linciaggio. In effetti, si trattava di tre fuoriclasse assoluti. Guaita, era stato subito soprannominato il "Corsaro Nero", per via delle sue incursioni in area di rigore e della maglietta nera che usava la Roma dell'epoca. Era un vero e proprio castigo per le difese avversarie, anche perchè, a differenza di molti suoi connazionali, non temeva le rudi cariche dei difensori italiani e, quando poteva, restituiva colpo su colpo. Nel torneo 1934-35, aveva segnato 28 reti in 29 gare disputate, record tuttora ineguagliato nei campionati a sedici squadre e aveva partecipato alla conquista del titolo mondiale in maglia azzurra. Il Commissario Tecnico, Vittorio Pozzo, lo teneva in grandissima considerazione, in quanto lo riteneva attaccante modernissimo e nelle dieci gare giocate in azzurro, condite da cinque segnature, Guaita lo ripagò ampiamente. Scopelli era invece un interno di chiara scuola argentina. Bravo nella costruzione del gioco, amava inserirsi al momento giusto in attacco, per concludere nel modo più appropriato l'azione. Quando però la gara si riscaldava, aveva la tendenza a mettersi in disparte e proprio per questo motivo, oltre che per la fisionomia del volto, era stato ribattezzato in patria "El conejito", il coniglietto. Anche lui, era stato convocato in Nazionale e aveva fatto il suo esordio in maglia azzurra, anche se poi non era entrato nei 22 che avrebbero vinto il Mondiale. Stagnaro, centromediano dotato di possente muscolatura, almeno in patria, era il più famoso del terzetto. Aveva già giocato in Nazionale argentina e nel Racing era un vero idolo. Alla Roma aveva però incontrato qualche difficoltà, dovuta alla contemporanea presenza di quel Fulvio Bernardini che era un fuoriclasse e che godeva ancora di grandi simpatie nella folla testaccina. Un serio infortunio, aveva aumentato la difficoltà del suo compito, anche se ormai anche la sua fase di adattamento al calcio italiano, poteva dirsi compiuta. Proprio su Stagnaro, almeno stando ai si dice, agirono i cospiratori che ebbero ruolo fondamentale nell'episodio, facendogli credere che sarebbe stato mandato in Etiopia al seguito delle truppe combattenti nell'imminente guerra che Mussolini stava per scatenare contro lo stato africano. Non era vero nulla, ma Stagnaro si fece vincere dalla paura e convinse i suoi due compagni a seguirlo nella fuga verso la Francia che avrebbe fugato ogni dubbio al proposito. Tra le imprecazioni dei tifosi della Roma, che si vedevano privati di un quasi sicuro scudetto, se solo si pensa che alla fine del campionato la loro squadra, praticamente priva di attacco, arrivò ad un solo punto dal Bologna campione.

Anche il Genoa, fu sfortunato nel suo rapporto con i giocatori sudamericani. Doppiamente sfortunato se si pensa che la squadra rossoblù fu colpita due volte da fughe improvvise, con grandi danni tecnici. La prima volta, fu nel 1938, quando gli uruguayani Figliola e Servetti, due colonne del glorioso grifone, decisero di emulare i loro colleghi argentini e di tornare in patria per la paura dell'ormai imminente guerra che tutti gli osservatori smaliziati della politica internazionale ritenevano prossima a scoppiare. Figliola e Servetti erano anche loro grandi campioni. Entrambi si erano affermati in maniera prepotente in patria ed erano arrivati nel nostro paese dopo aver vestito la maglia della Celeste. Figliola era un mediano estremamente tecnico, arrivato nel 1935, dal Racing, e subito ambientatosi al meglio nel nostro calcio, senza risentire delle differenze con quello che si giocava in Sud America. Bravo nel costruire il gioco della propria squadra e nell'interdizione, il suo pezzo forte era il gioco aereo. Non eccessivamente alto, aveva però una incredibile scelta di tempo che gli permetteva di intercettare tutti i palloni alti che spiovevano dalle sue parti. Servetti, era invece uno dei grandi colpi del presidente Culiolo, l'uomo che era arrivato alla presidenza del più vecchio club italiano promettendo lo scudetto della stella. Attaccante di tipica scuola sudamericana, nella sua prima stagione aveva confermato le grandi referenze che lo avevano accompagnato nell'avventura italiana, segnando nove reti in tredici gare disputate. Era la tipica ala dell'epoca, capace di ubriacare il proprio avversario diretto e dotato di estro in dosi industriali. Era però anche molto concreto, a differenza di altri giocatori sudamericani che tendevano a tenere palla e a giocare per la platea. Lui, se vedeva la porta, non si faceva pregare per liberare il tiro, con risultati notevoli. Come detto, quando il torneo 1938-39 era appena iniziato, con il Genoa nel ristretto novero della favorite, i due fecero perdere le loro tracce. Soltanto dopo qualche giorno, i dirigenti genoani capirono che avevano compiuto la stessa operazione che qualche anno prima era costata lo scudetto alla Roma e non poterono fare altro che maledire i due fuoriclasse per non essersi decisi prima a togliere le tende, dandogli modo di rimediare sul mercato ai buchi lasciati.

Passarono molti anni e il Genoa, dopo i fasti degli anni precedenti alla guerra, cominciò ad accusare grandi difficoltà di carattere tecnico. La mancanza di risorse finanziarie adeguate, spinse lentamente il glorioso grifone verso il basso. E quando il degrado tecnico in atto divenne evidente, la dirigenza rossoblù decise di muoversi per cercare di ovviare alla situazione. Individuando in un funambolo argentino, Mario Boyè, il possibile antidoto alla crisi in cui versava la squadra. Boyè era un vero artista del pallone. Le sue giocate somigliavano ad una vera opera d'arte e in patria era considerato uno dei migliori giocatori della sua epoca. Militava nel Boca Juniors, la squadra fondata dai genovesi che si erano trasferiti a Buenos Aires e questo, probabilmente, doveva essere sembrato un segno del destino per i dirigenti del Genoa, i quali si attivarono per portarlo sotto la Lanterna e vi riuscirono. Appena arrivato in Italia, Boyè dimostrò che la scelta era stata felicissima. Nelle giornate di grazia era praticamente impossibile fermarlo. Dribbling mortifero e tecnica tipicamente argentina, si accoppiavano ad un senso del goal estremamente sviluppato. Nelle prime diciotto partite giocate in serie A, mise a segno ben dodici reti, facendo subito innamorare la tifoseria genoana. Purtroppo, l'argentino non era solo, ma aveva a carico una moglie estremamente capricciosa ed abituata alla bella vita e alla mondanità. Mondanità che a Genova era difficile trovare, soprattutto in un periodo come quello immediatamente successivo alla fine del conflitto. Dopo pochi giorni che la coppia si trovava in Italia, già si cominciarono ad infittire le voci sulla pretese della signora Boyè, anche se nessuno pensava che l'insoddisfazione della donna potesse andare oltre un passeggero malumore. Invece, la signora pose Boyè di fronte ad un vero aut aut: se non fossero tornati a casa insieme, lei lo avrebbe comunque fatto da sola. L'ultimatum sortì l'effetto sperato e, ancora una volta il povero grifone rimase fregato, con conseguenze disastrose. Se nella stagione appena iniziata, riuscì a rimanere per miracolo a galla, in quella successiva retrocesse in serie B per la seconda volta nella sua storia.

Insomma, l'affascinante romanzo dei giocatori sudamericani, iniziato nel corso degli anni '20, ha sempre sfornato pagine sorprendenti. E se un tempo, alcuni di loro se ne andavano senza lasciare neanche una riga di spiegazione o di ringraziamento, oggi perlomeno, bisogna insistere e con argomenti convincenti per convincerli a togliere le tende. Come è successo nel caso del portiere della Roma, Doni, che per andare al Liverpool, non all'ultima squadretta di paese, ha preteso ed ottenuto una corposa buonuscita. Ma si sa, il Belpaese, spesso fa innamorare gli stranieri...  

18:57 Scritto da: monthy10 in Calcio, sport | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: guaita, boyè | OKNOtizie |  Facebook